Intervista a Gino Strada

«Indignazione tanta, nessuno stupore» per il bombardamento “chirurgico” Nato dell’ospedale dei Medici senza frontiere a Kunduz, in Afghanistan, che ha provocato la morte di medici, personale sanitario e malati. «Niente di nuovo dall’Afghanistan, sono anni che si ripetono stragi come questa e sono anni che ripeto le stesse cose». Raggiungiamo telefonicamente il fondatore di Emergency Gino Strada in uno dei suoi sempre più brevi soggiorni in Italia, una decina di giorni a Milano prima di ripartire per il Sudan, dove c’è uno dei tanti presidi della sua benemerita organizzazione nel mondo in guerra.


Negli ospedali di Emergency si curano le vittime dei conflitti e delle bombe, senza chiedere ai feriti da che parte della guerra si schierino, sapendo che sempre più spesso si tratta di civili, colpevoli solo di vivere là dove cadono le bombe o esplodono le mine. Peraltro, è sempre più difficile individuare il nemico e l’amico in una stagione «di guerra totale, inaugurata da Geor­ge Bush», come dice Strada.
Solo una settimana fa gli è stato assegnato il Nobel alternativo (Right Livelihood Award) dal Parlamento svedese “per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra”.

 

Quei bombardamenti chirurgici li chiamano così perché colpiscono i chirurghi? Chi ha deciso di colpire sapeva qual era l’obiettivo, almeno così sembra...
Non so se sapessero, non so se si sia trattato di una scelta deliberata. Del resto, che importa saperlo? Nella guerra totale non ci sono più regole, nei conflitti moderni le vittime non sono i “nemici” che nove volte su dieci non vengono colpiti ma sono i civili, perciò neanche gli ospedali si salvano. Il vero mostro è la guerra. Quante volte ci siamo trovati di fronte a situazioni come questa, quante volte ho dovuto ripetere le stesse cose contro la guerra? Hanno inventato parole nuove come “effetti collaterali” per allontanarci dalla verità, cioè dalla consapevolezza che si tratta di pura crudeltà. Ogni volta che c’è un attacco, che sia dei talebani o dell’Isis, la prima cosa che fanno gli esportatori di democrazia è alzare un cordone di sicurezza per impedire il trasferimento in ospedale dei feriti: potrebbero esserci dei potenziali nemici tra loro, ci spiegano. Nella guerra totale diventa normale entrare con i mitra in una moschea, trovare un ferito a terra e giustiziarlo con una raffica finale.

Il governo afghano giustifica la strage di Kunduz sostenendo che all’interno dell’ospedale c’erano 10 terroristi.
E se anche fosse, che vuol dire? Allora, con questa logica, quando i talebani andavano a trattare come ospiti del governo americano bisognava bombardare la Casa Bianca?

 

Emergency si è presa in carico di una parte dei feriti del bombardamento dell’ospedale di Kunduz. Qual è la situazione nel vostro ospedale di Kabul?
La maggioranza dei feriti in quella strage sono ricoverati da noi. L’ospedale di Kabul è come Usain Bolt, vince tutte le gare per il numero di ricoverati che ospita, in continua crescita. Non sappiamo più dove mettere i feriti e questa situazione è comune a molti dei nostri ospedali.

 

È prossimo il ritorno di Emergency in Libia dopo le missioni a Misurata, con l’apertura di un ospedale a Ghermada, nella parte orientale del Paese. A che punto siete?
Se non ci saranno nuovi imprevisti dovremmo aprire l’ospedale per chirurgia di guerra questa settimana. 10 volontari internazionali sono già lì e stanno reclutando il personale libico necessario a far funzionare la struttura che si trova tra Tobruk e Derna, che ora è sotto il controllo dell’Isis. Il ministero di Tobruk ha avuto difficoltà persino a farci arrivare i farmaci necessari. Ci sono voluti mesi di incontri e trattative delicate per garantire la sicurezza necessaria a operare in un’area di guerra come quella. È difficile far passare la nostra mentalità, far accettare il concetto che i nostri ospedali sono aperti a tutti i feriti, senza eccezione alcuna.

 

In Europa sembra essere passata anche nelle persone e nei governi non apertamente xenofobi l’idea che il diritto a ottenere lo status di rifugiato possa essere garantito soltanto a chi fugge dalla guerra, mentre chi scappa dalla fame lo bollano come clandestino e lo espellono. Cosa ne pensa della discriminazione nei confronti dei cosiddetti migranti economici?
È una stupidaggine. Pensi alla nostra gente che durante la seconda guerra mondiale fuggiva da Milano distrutta dai bombardamenti e andava a rifugiarsi nelle vallate bergamasche. Erano civili disperati che cercavano di salvare le loro famiglie, e nessuno gli chiedeva se fuggivano dalla guerra, dalla fame o dalle malattie. Si scappa quando la vita diventa un inferno. E la guerra si porta sempre dietro fame, povertà e malattie. Le anime belle si stupiscono per una migrazione che chiamano biblica ma biblica non è, e tacciono l’evidenza: questa fuga da Afghanistan, Siria, Libia, Iraq, Eritrea è la conseguenza diretta delle politiche disastrose dell’Occidente e della guerre portate in mezzo mondo. Altro che umanitarie. Umanitarie sono solo l’assistenza ai feriti, l’ospitalità ai poveri cristi in fuga. Chirurgici sono i nostri interventi, non le bombe.

 

In Siria, più che una guerra civile e un conflitto con l’Isis è in atto una sorta di Terza guerra mondiale, con tutti gli attori internazionali e locali che sparano contro tutti gli altri: il governo contro l’Isis e gli oppositori interni, i turchi contro i kurdi piuttosto che contro l’Isis, gli Usa contro chi capita, i russi contro l’Isis e gli oppositori di Bashar al Assad. Come se ne esce?
Senza un ripensamento e la ricerca di strade alternative alla guerra di tutti contro tutti, credo che la situazione non potrebbe che peggiorare. L’unica soluzione politica può passare solo attraverso un’iniziativa forte delle Nazioni unite: una conferenza di pace che imponga il cessate il fuoco. Il dramma è che l’Onu viene chiamata in causa soltanto per ratificare i bombardamenti. Io non sono un politico, non so rispondere a questa domanda. So solo che noi facciamo, come sempre, il nostro dovere. Gestiamo cinque campi profughi tra l’Iraq e la Siria nel nord kurdo, tra Sulaimaniya e Mosul, con strutture sanitarie e di primo intervento indirizzato a chi fugge dall’Iraq o dalla Siria.

Pubblicato il 

08.10.15..
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