L'intervista

In più di duemila hanno scritto la parola libertà di stampa. Il direttore, il vicedirettore, il caporedattore e la giornalista del settimanale il caffè sono stati denunciati dalla clinica Sant’Anna e dal Gruppo Genolier, di cui la struttura fa parte, per le inchieste condotte dal giornale su un grave errore clinico avvenuto nel centro di Sorengo. Al settimanale accusato di diffamazione e concorrenza sleale non vengono contestati errori o imprecisioni, ma si rimprovera la pubblicazione stessa dell’inchiesta giornalistica. Il fatto di averne scritto troppo diffusamente. Se l’interesse pubblico dell’inchiesta è lampante, la vicenda solleva domande altrettanto essenziali sullo stato di salute della libertà di stampa nel nostro Cantone. Ne abbiamo parlato con Bruno Giussani, ticinese di fama internazionale, che ha firmato l’appello lanciato a sostegno del lavoro dei redattori del caffè.

 

Bruno Giussani, quali sono le motivazioni che l’hanno portata a sottoscrivere l’appello a sostegno dei giornalisti del caffè?
La procura ha promosso due accuse: diffamazione e concorrenza sleale. Sulla prima non posso esprimermi: non ho letto tutti gli articoli in questione. Un’accusa per diffamazione è legittima se una parte si sente lesa – ma stiamo parlando di un’accusa, non ancora di una sentenza –, mentre i giornalisti del caffè (che conosco bene e con i quali ho collaborato in passato) si dicono sicuri delle loro informazioni e considerano d’aver operato all’interno dei paletti della legge. Quindi lasciamo che la giustizia faccia il suo corso.
L’altra accusa, per concorrenza sleale, è molto più perniciosa, ed è per questo che ho firmato l'appello. Non sono un giurista, ma mi sembra ovvio che la concorrenza sleale avviene fra ... concorrenti. La concorrenza è una forma di libertà, la libertà di commerciare e intraprendere. La concorrenza sleale è un abuso che in un qualche modo limita la libertà di un concorrente.


La notizia dell’accusa, che mette giornalisti in concorrenza sleale con una clinica, ha destato molto scalpore in Ticino, ma anche fuori dai confini nazionali dove testate come la Repubblica e Il Fatto Quotidiano hanno dato ampio risalto alla vicenda. Che cosa può significare questo capo d’imputazione? C’è chi ha parlato apertamente di intimidazione...
Fino a pochi anni or sono, mai nessuno aveva accusato la stampa di concorrenza sleale per aver svelato fatti spiacevoli. Poi la creatività di un qualche giurista vi ha intravisto una possibilità per intimorire i giornalisti. In effetti accuse di concorrenza sleale sono state promosse in tempi recenti per esempio contro giornalisti che avevano pubblicato, se ricordo bene, risultati di un test di macchine per cucire (teoricamente rendendo meno attraenti sul mercato la macchina risultata meno buona), o contro una giornalista che aveva scritto un articolo critico su un artista (teoricamente riducendo il valore delle sue opere sul mercato). Mentre l’accusa per diffamazione è puntuale (si riferisce al contenuto di un articolo o di una serie specifica di articoli), l’accusa di concorrenza sleale è più vasta perché mette in discussione il principio stesso della libertà di pubblicare notizie che, anche se assolutamente vere, possano spiacere a qualcuno. Il diritto alla libertà d’espressione è, secondo la Costituzione, un diritto fondamentale e protetto in modo generale; non mi è chiaro che sia legittimo sospenderlo a favore di una libertà più specifica quale la concorrenza leale, a meno che si possa dimostrare che i giornalisti hanno agito su istigazione di un concorrente del denunciante. Quindi mi sembra che siamo nel campo dell’intimidazione. Sarebbe una pessima cosa per la democrazia, e un pericoloso precedente, se questa accusa venisse confermata. È la ragione per la quale ho firmato l’appello, che è ovviamente un gesto simbolico, l’espressione di un attaccamento a un principio democratico fondamentale.


Come giudica la situazione da ex giornalista con una visione ampia, non parliamo di globale o di locale, visto il suo profilo internazionale?
È un’ovvietà che la libertà di stampa è un elemento assolutamente irrinunciabile in una democrazia che si vuole sana. Ma non è per nulla ovvio che anche nelle democrazie più avanzate la libertà di stampa sia garantita. In realtà questa libertà è sempre più sotto assedio, tagliuzzata e indebolita in modo diretto attraverso governi che la limitano legalmente o con azioni extra-legali; aziende che la minacciano attraverso il sistema giudiziario o con pressioni economiche; gruppi che fanno uso di minacce violente; o – new entry degli ultimi anni – mobilitazioni anti-stampa o attacchi a specifici giornalisti attraverso i social media. Una libertà che è minacciata anche sempre più in modo indiretto: sotto la spinta della tecnologia digitale, il modello d’affari dei media tradizionali va sbriciolandosi, e con la solidità economica si sbriciola anche la capacità di produrre giornalismo indipendente e coraggioso. Naturalmente i primi che devono difendere la libertà di stampa sono i giornalisti stessi, facendo un lavoro impeccabile. Ciò che non sempre avviene, purtroppo.


Ritiene, per il fatto stesso che un procuratore dimostri di essere intenzionato a portare avanti un’accusa di concorrenza sleale nei confronti di giornalisti, che la libertà di stampa sia minacciata in Ticino?
Il procuratore fa il suo mestiere e promuove le accuse che pensa di dover promuovere sulla base delle informazioni che ha riunito, e poi la giustizia farà il suo corso.


Secondo lei, quali conseguenze potrebbero esserci per la stampa della nostra regione a causa di questa vicenda? Un effetto dissuasivo che porterà alcuni giornalisti ad autocensurarsi?
Dall’esterno a me sembra che un’accusa per concorrenza sleale in effetti miri a incoraggiare i giornalisti a “lasciar perdere” certe inchieste, a non pubblicare certe notizie, a non “dar fastidio”. Oltre alla questione di principio evocata sopra, c’è anche un altro aspetto: salvo errore, una condanna per concorrenza sleale può condurre a sanzioni economiche più gravi di una condanna per diffamazione. Con il sistema mediatico già fragilizzato dalla fuga di lettori e pubblicità, ciò costituisce certamente una forte pressione.


Reporters sans frontières, che cerca di porsi come termometro della libertà di stampa nel mondo, parla di censura non solo nei casi più evidenti e conclamati: “Non è solo la violenza fisica e la coercizione a limitare la libertà d’informazione, ma le cause di diffamazione ingiustificate contro i cronisti” si legge nel loro rapporto 2015. Che cosa ne pensa in rapporto alla vicenda del caffè?
Cerchiamo di mantenere le proporzioni. Scandalizzarsi per un’accusa di diffamazione significa pensare che i giornalisti siano al di sopra dello scrutinio del loro lavoro: non lo sono. Nel caso specifico stiamo parlando di un’azienda, che opera in un settore molto delicato e sensibile, dove si sono svolti dei fatti spiacevoli. Se l’azienda si sente lesa dagli articoli, è nel suo diritto depositare una denuncia per diffamazione. Dovrà dimostrare che gli articoli non erano veritieri, e il tribunale deciderà. Lo scandalo è l’altra accusa, quella per concorrenza sleale, che attacca essenzialmente il principio della libertà di rivelare le magagne di un’azienda privata quando questa non vuole che il pubblico ne venga a conoscenza.

 

 

I giornalisti ticinesi faticano a firmare l'appello di solidarietà ai colleghi del Caffè

Alla notizia che il procuratore pubblico Antonio Perugini intendesse portare alla sbarra, alle Correzionali, come imputati per avere raccontato in più puntate il fatto di un grave errore sanitario, ovvero l’asportazione ingiustificata dei seni a una paziente, il caffè ha risposto con una pagina bianca. «Riteniamo che il gesto forte ed evocativo dei colleghi di Locarno descriva esattamente il pericolo che corre la libertà di stampa, se la Magistratura, senza individuare alcun errore, alcuna notizia non verificata, dovesse realmente portare a processo dei giornalisti per un non meglio definito “accanimento giornalistico”». Così il comitato dell’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg).
Ora, oltre duemila firme sono state raccolte, ma scorrendo il lungo elenco – signori, questa è una notizia – si scorgono ben poche firme di giornalisti. Manca soprattutto chi è sul fronte della cronaca, chi dovrebbe con il suo lavoro scoperchiare e rivelare fatti nascosti fornendo un servizio alla collettività. Come mai proprio i giornalisti non hanno messo il loro nome accanto a “libertà di stampa”? «Davvero poche le firme di giornalisti ticinesi... Di primo acchito verrebbe da dire che la categoria è poco solidale con i colleghi denunciati dalla clinica Sant’Anna o che l’effetto intimidatorio funziona. Cinque anni fa quando Alessandro Sallusti venne condannato al carcere per un articolo ritenuto diffamatorio, tutti i colleghi italiani insorsero. Nel caso ticinese forse se l’appello fosse stato lanciato da fronti più bipartisan, e avesse coinvolto le associazioni di categoria, avrebbe avuto maggior fortuna» commenta Ruben Rossello, presidente del’Atg.
Noi che siamo più maliziosi ci viene da aggiungere che forse si preferisce non esporsi anche per quieto vivere. Che cosa c’è di più comodo che voltare la faccia e non farsi nemici?          RB

Pubblicato il 

25.01.17..
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