Ci sono iniziative, avallate dal popolo grazie a slogan che non lasciano scampo a riflessione, che coprono di fatto incoerenze politiche nutrite proprio dai promotori di quelle iniziative. Esemplifico. Se puntate su un’iniziativa titolata “prima i nostri” avete la certezza quasi matematica che farete centro. L’applicazione dello slogan sarà un’altra storia. Infatti, se siete seri, avvierete procedure burocratiche inevitabili (controlli, verifiche, registrazioni), di cui dichiarate sempre che sono il cancro dell’economia. Se invece smantellate o bastardate un servizio pubblico in nome della liberalizzazione, di ciò che può rendere ai privati, della pretesa di aziendalizzare quel servizio confondendo ciò che è bene comune (che deve quindi tendere all’interesse di tutti) con bene statuale (appartenente allo Stato), è certo che il prima i nostri” lo mandate a farsi friggere.

 

Perché, infatti, in nome delle fisime neoliberiste, mistificazioni lobbistiche o degli abusi elettoralistici del popolo (o della “ggente”), fingete di ignorare conseguenze gravi certe. Che sono: minore occupazione e licenziamenti in nome di ristrutturazioni continue e competitività, di produttività per trarre maggior profitto, di concorrenza distruttrice per minor costo e reddito di lavoro. Soprattutto, svilimento della nozione di servizio pubblico. Che perderà la sua caratteristica fondamentale di bene comune “universale”, per tutti, senza discriminazioni di reddito, di redditività e di luogo. Il risultato è una ipocrisia politica e concreta enormi, che pochi denunciano e che i “populisti” vendono. Per due motivi: si è voluto quello stato di cose, ma, con bella faccia tosta, si protesta contro la Posta per quello stato di cose.


Con la Posta svizzera si sono iniziate le discussioni per decidere, assieme alle autorità politiche cantonali, quanti e quali uffici postali dovranno chiudere per ristrutturare il “servizio pubblico”. La ragion d’essere del servizio pubblico è quella di essere ritenuto un bisogno collettivo (un bene comune), con funzione collettiva, quindi accessibile a tutti indistintamente (superiore a considerazioni di parte, di luogo, di redditività e tanto meno di ricerca del profitto). È un bisogno territoriale, in osmosi vitale con un territorio. Questo servizio pubblico, che è sempre stato (con Ferrovie, Telecomunicazioni, Energia, vie di comunicazione) una gloria elvetica per l’efficienza, è stato in parte smantellato con decisioni politiche-parlamentari varie, promosse e sostenute da tutto il blocco borghese, compresi… i “prima i nostri” di oggi, sull’onda di quanto avveniva altrove (la famigerata Europa!). Perlomeno nella misura in cui si è voluto liberalizzarlo (introducendo la concorrenza, soprattutto di agenzie private estere) e riducendolo, nella gestione, ad azienda privata (con obbligo implicito di redditività, di profitto, di separazione manageriale dei vari rami, nel senso che quello attivo – come la telefonia, passata a Swisscom, o quella finanziaria, come Postfinance, oggi – non possano sopperire alle parti deboli, come quella della distribuzione o degli uffici postali). Con un paradosso che è il massimo risultato cui poteva arrivare la stupidità politica-manageriale neoliberista: la Posta, aziendalizzata, servizio pubblico evirato, per far quadrare i conti deve “mercantizzarsi”, vendere cioè beni di consumo estranei a quel servizio, mettendo a repentaglio anche il commercio al dettaglio dei paraggi (costretto poi a sua volta a ridurre i salari dei dipendenti per sopravvivere).

Pubblicato il 

23.11.16..
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