“Vi sono attualmente in Europa decine di gruppi che scavano gallerie simili alla nostra: le prospettive, malgrado le apparenze, non ci sono avverse, e il maggio francese l’ha provato […] È nostra ferma convinzione che l’intransigenza sui principi rivoluzionari è un’assoluta necessità nella lotta rivoluzionaria. Se la Svizzera è tuttora un paese capitalista è, in larga misura, proprio perché nel passato troppo sovente i principi sono stati sacrificati al compromesso, all’opportunismo” (Movimento Giovanile Progressista, documento politico “Perché non andiamo a Mendrisio”, aprile 1969)


È la primavera del 1970 e il mondo è in subbuglio. I conflitti sociali e politici si susseguono, smentendo con i fatti coloro che ritenevano “neutralizzate” le rivendicazioni del ’68. È primavera, e la guerra è sempre meno “fredda”. Ha inizio l’intervento americano in Cambogia e alla Kent State la Guardia nazionale apre il fuoco contro gli studenti universitari che vi si opponevano pacificamente. È primavera e Nixon invia unità militari agli uffici postali di New York: in svariate città, un totale di 750.000 impiegati statali sono in sciopero. È primavera quando Bobby Seale, fondatore del Black Panther Party, è sotto processo e, in Sudafrica, il Bantu Homeland Citizen Act revoca la cittadinanza ai “negri”. È primavera quando Willy Brandt lancia l’Ostpolitik, ma c’è chi, in generale, rifiuta ogni “normalizzazione”: con l’evasione di Andreas Baader si compie la prima azione della Rote Armee Fraktion e, in Italia, iniziano a esplodere le bombe dei Gap di Giangiacomo Feltrinelli.
È la primavera del 1970 quando gli operai immigrati della Savoy di Stabio incrociano le braccia. La mediazione sindacale, accusata di collusione con il padronato elvetico, è rifiutata. Nascono dei comitati di sciopero eletti dai lavoratori stessi.


Inserendosi in un percorso di continuità con lo sciopero della Monteforno di Bodio, tali atti costituiscono il battesimo di quello che lo storico Frédéric Deshusses ha definito un «nuovo ciclo di contestazione» in Svizzera. Un decennio caratterizzato dagli scioperi cosiddetti “selvaggi”. Le rivendicazioni della sinistra extraparlamentare entrano, perlomeno parzialmente, nelle fabbriche. La “pace del lavoro” è denunciata come “guerra dei padroni” e il “revisionismo” dei partiti di sinistra è condannato senza appello.
Etimologicamente il sostantivo primavera è l’unione di “prima” (dal latino primo, inizio) e di “vera” (dal sanscrito vas, ardente, splendente).


All’inizio degli anni ’70 una nuova generazione di militanti darà vita a nuove forme di lotte operaie. Lotte senza sconti o compromessi, indissociabili dal contesto internazionale.
Lotte che, indipendentemente dai giudizi ex-post su tempi e metodi, ambivano sinceramente ad erigersi a nuovo inizio, a punto di partenza per la costruzione di un futuro splendente.
Come scrisse l’attivista statunitense Abbie Hoffman: “Eravamo giovani, eravamo avventati, arroganti, stupidi, testardi. E avevamo ragione!”.

Pubblicato il 

17.06.15..
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