Lavoro e dignità

Lavoro gratuito. Sì, agli operai la direzione chiedeva dallo scorso 1° luglio trenta minuti al giorno del proprio tempo da mettere a disposizione senza essere remunerato per l’azienda. Dall’inizio dell’anno aveva invece abolito i giorni per il recupero degli straordinari. Con uno sciopero, coordinato e sostenuto da Unia, i dipendenti hanno ottenuto l’annullamento di queste misure e la promessa di un Ccl per la fine del 2017.
 
No, fino a poco tempo fa non c’era nulla da recriminare. La ditta, presente sul mercato cantonale dal 1989, era apprezzata per la professionalità e la qualità dei servizi resi alla clientela, ma anche i dipendenti godevano di buone condizioni di lavoro e salariali. Tutti felici e contenti.
Un’azienda modello per tanti versi la Caviezel di Quartino, con una sede anche a Lamone, che impiegando una trentina di dipendenti (fra fissi ed esterni) si occupa di risanamento e pulizia tubazioni e canalizzazioni. Parecchi i clienti nel settore pubblico e anche fuori Cantone dove il suo nome ha travalicato gli stretti confini regionali.


Eppure, settimana scorsa – mercoledì 20 settembre – gli operai hanno incrociato le braccia. Sciopero. E non è stato un capriccio perché nessun dipendente lo fa mai a cuor leggero, fosse solo per paura delle conseguenze: è l’ultima ratio quando le altre misure (in particolare il confronto con la proprietà) non sono valse a nulla.


Ma che cosa è successo alla Caviezel? I problemi intervengono quando i proprietari, pur rimanendo nel CdA, di fatto affidano la ditta a un direttore. Loro, pur rimanendo i titolari, non sono più presenti fisicamente in azienda e la nuova guida attua delle misure volte al risparmio sulla pelle dei lavoratori. Con, oseremo dire, spavalderia. Se a partire dal 1° gennaio 2017, la Caviezel abolisce i sei giorni annuali di recupero per gli straordinari previsti dal contratto, è una circolare dello scorso luglio che fa insorgere i dipendenti. Nero su bianco, senza giri di parole, al personale viene chiesto di lavorare mezz’ora al giorno gratis. Gratuitamente trenta minuti: «Mettere a disposizione il proprio tempo libero» scrive il direttore Max Oesch. Come se la ditta fosse un’opera di volontariato, come se fosse normale lavorare gratis pur di conservare il proprio posto. Nel concreto la misura significa che il tempo di spostamento dal magazzino al luogo di lavoro non viene più retribuito. «In pratica, gli operai dovevano ritrovarsi in sede mezz’ora prima dell’inizio del loro turno di lavoro per potersi spostare nel posto dove era previsto  il servizio: i primi minuti dello spostamento non erano retribuiti. Inoltre, con la soppressione dei sei giorni di recupero annuali, di fatto non venivano neanche più riconosciuti gli straordinari. Straordinari che sono frequenti in questa attività: un operaio non può attenersi alle lancette dell’orologio in maniera fiscale, ma smette la tuta quando l’intervento è terminato» spiega Igor Cima, sindacalista di Unia, che ha partecipato alle trattative.


I dipendenti si sono rivolti a Unia che ha richiesto un incontro alla Caviezel per discutere dei problemi sollevati dai lavoratori. La direzione, con lettera dello scorso 8 settembre, dopo avere espresso «delusione di fronte all’ingratitudine mostrata dai nostri dipendenti», ha rifiutato l’incontro. Oesch ha pure aggiunto che «i nostri operai non devono affatto lavorare gratis. Noi ci siamo semplicemente limitati ad applicare le disposizioni estrapolate dalla Legge svizzera sul lavoro e le prescrizioni dell’Ispettorato del lavoro del canton Ticino». Evidentemente sono state estrapolate male perché non funziona proprio così… I motivi del provvedimento? «A causa delle numerose reclamazioni dei clienti per i ritardi e l’arrivo in orari inadeguati dei nostri operai presso i cantieri».
Questa la difesa che è crollata quando gli operai, forti del fatto di lavorare secondo regola d’arte (anche perché in caso contrario sarebbero già stati licenziati) e convinti di essere così sfruttati, si sono rivolti al sindacato. Vista l’impossibilità di trattare con i vertici, si è deciso per lo sciopero all’unanimità: in 21, settimana scorsa, hanno incrociato le braccia rivendicando il ripristino della situazione alle condizioni del 31 dicembre 2016.


«Non ci hanno lasciato scelta: lo sciopero è una conseguenza del muro che hanno alzato. Avrebbero potuto incontrare il sindacato, discutere civilmente e ragionevolmente, cercare assieme un accordo... Non ci hanno lasciato scelta» ripete un operaio mentre dentro agli uffici da una parte direzione e proprietà, e dall’altra funzionari sindacali con alcuni rappresentanti della Commissione del personale, stanno negoziando. Un altro si aggiunge alla conversazione e ricorda come «la situazione in ditta con i signori Caviezel era buona, ci si sentiva in famiglia. Un buon clima, ottime condizioni contrattuali, che si ripercuoteva positivamente sul lavoro: siamo sempre stati riconosciuti come un team che opera con professionalità e con una qualità alta dei servizi offerti. Penso che i titolari non siano davvero al corrente di che cosa stia accadendo con loro non più presenti tutti i giorni…Ora non era più possibile discutere con la direzione perché ogni tentativo di confronto veniva bloccato con “se così non ti piace, prendi la porta: ce ne sono otto…». Un altro scuote la testa: «È un mondo impazzito. Non c’è più freno in Ticino, il mondo del lavoro lo stanno rovinando chi insegue solo il proprio profitto, mettendo in ginocchio i lavoratori e poi tutta la società… che così rovinano tutto il sistema. Guardi, noi non siamo qui per fare la guerra, ma per discutere e difendere un nostro diritto».
Si parla, si respira tensione e ansia come a ogni sciopero, e intanto si aspetta che qualcuno esca dalla porta per comunicare che cosa sta succedendo. Tutto va molto veloce: prima di mezzogiorno è già stato trovato un accordo fra le parti.


È Igor Cima a comunicare la riuscita della trattativa, che per gli operai si traduce in una vittoria su tutti i fronti: «La direzione della Caviezel Sagl procede al ripristino con effetto immediato delle condizioni e degli orari di lavoro disciplinati dal Regolamento aziendale in vigore fino al 31 dicembre 2016 e annulla la circolare emessa il 1° luglio 2017 relativa alla richiesta di lavoro gratuito ai lavoratori». Tradotto: niente più lavoro gratis. Non solo: vengono «riconosciuti retroattivamente come tempo lavorato i 30 minuti richiesti a titolo gratuito ai lavoratori, i quali comunicheranno alla direzione le modalità di retribuzione (in denaro o in tempo libero)». Tradotto: ciò che è stato sottratto, sarà ritornato.E ancora: «Si ripristina con effetto retroattivo la mezza giornata di libero al mese prevista dal Regolamento aziendale a partire dal 1° gennaio 2017». Tradotto: il personale recupererà gli straordinari con sei giorni di vacanza. Di più: «La direzione della Caviezel Sagl apre da subito una trattativa con il sindacato Unia e la Rappresentanza dei lavoratori, volta alla concretizzazione di un Ccl aziendale» che entrerà in vigore il 1° gennaio 2018.
Tradotto: vittoria su tutta la linea in un’azienda che, per dovere di cronaca, si era nel passato sempre mostrata corretta e che attualmente impiega 20 residenti e un frontaliere.

 

L’importanza di non cedere al ricatto
Trenta minuti gratis, mica una bazzecola. Era un grande sacrificio quello richiesto dalla Caviezel ai propri operai: iniziare trenta minuti prima e regalare alla ditta mezz’ora ogni giorno. Neanche gli straordinari si potevano più recuperare. E allora tutti quei minuti sommati assieme fanno ore e poi giorni e poi settimane e poi mesi. Sono tanti, rendono un’infinità di ore gratis, si trasformano in altri posti di lavoro che però non sono creati, né pagati. È economia a vantaggio di una sola parte, una logica funzionale al capitalismo. Che rende più poveri i lavoratori, mentre vengono sfruttati. Un passo indietro nella conquista dei diritti. Che cosa fa il sindacato? Appunto questo: non cedere sui diritti delle salariate e dei salariati perché sono la spina dorsale dell’economia.


È rilevante la reazione e la compattezza che hanno dimostrato gli operai della Caviezel: non volevano la guerra, lo hanno detto e ripetuto, ma rispetto delle condizioni di lavoro. Alla fine hanno ottenuto giustizia perché si sono dimostrati uniti fra di loro in una solidarietà che permette di andare oltre ai soprusi.
Non è scontato quello che hanno avuto il coraggio di fare. Come annota Manuela Fraquelli, funzionaria sindacale di Unia: «Nel mercato del lavoro attuale il bisogno di mantenere il proprio posto, sotto la pressione di una possibile sostituzione con qualcuno maggiormente accondiscendente, porta ad aumentare il proprio livello di auto-sfruttamento. Per questo motivo lo sciopero è estremamente significativo».


Igor Cima, lei che è stato fra i negoziatori in questo sciopero, ci può dire se il fenomeno del lavoro gratuito è diffuso in Ticino o questo è un caso isolato?
«Questo caso, che colpisce una ditta dell’artigianato, non è certamente isolato. Il fenomeno, che è in espansione, tocca molto anche l’industria e pure gli altri settori ne sono toccati. Si specula molto sugli spostamenti che non vengono pagati (una piaga di cui, per esempio, sanno qualcosa gli agenti di sicurezza) e sulle indennità per le ore straordinarie che non vengono marcate e quindi riconosciute. Ci sono ditte del Mendrisiotto che partecipano ad appalti per cantieri in Alto Ticino con prezzi molto bassi: rientrano nei costi non pagando il tempo di viaggio…».


Qual è la difficoltà maggiore per il sindacato? «Il silenzio dei lavoratori: per paura di ritorsioni o, nel caso peggiore, di perdere il posto, non denunciano. La messa in concorrenza dei lavoratori, c’è qualcuno pronto a sostituirti, porta a cedere sui propri diritti, provocando danni che sono personali, ma si riflettono in tutta l’economia di mercato, indebolendo lo statuto dei lavoratori. Come sindacato siamo molto presenti per sensibilizzare salariate e salariati sulla difesa del rispetto del loro lavoro e siamo altresì impegnati in puntuali e continue verifiche di controllo» conclude Cima.


Che cosa siamo disposti noi a cedere di noi stessi e della nostra dignità per mantenere il posto di lavoro? Per Fraquelli, «i ricatti spesso si trasformano in un gioco al massacro fra i dipendenti che indebolisce l’unità e la solidarietà dei lavoratori a tutto vantaggio del padronato. I sacrifici richiesti ai lavoratori a volte servono a indebolirli perché una classe operaia antagonista si frantuma e non è più nelle condizioni di perseguire un’unità rivendicativa. Non più uniti, si perde la capacità di lottare per affermare i propri diritti e si subisce il sopruso. Ed è anche una sfida del sindacato perché solo uniti si vince».
Non è questo il caso dei dipendenti della Caviezel, che al ricatto non hanno ceduto.


Pubblicato il 

28.09.17..
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