In Italia le chiamano badanti. Vengono dalla Bielorussia o dall'Ucraina e si stabiliscono spesso nelle famiglie del Nord per badare appunto alle persone sole, soprattutto anziane. Negli Stati Uniti sono le latinos (messicane o nicaraguensi) a fare esattamente lo stesso per permettere alle americane di lavorare e/o fare carriera. Lo stesso avviene in altre parti del mondo, come hanno testimoniato recentemente donne sudafricane e indonesiane, addette del settore in incontri organizzati dal Solifond, che in questi giorni ha festeggiato i 25 anni d'esistenza.

Ovunque si guardi il fenomeno aumenta a vista d'occhio. Il Solifond, da sempre impegnato nel campo della solidarietà internazionale e nella promozione delle donne, ha invitato in Svizzera per il suo anniversario alcune donne che da anni si battono per migliorare le condizioni retributive di chi lavora in case private. 
«Ho cominciato come domestica nel 1992 a Singapore», racconta Sartiwen Binti Sandarbi, una giovane donna che adesso abita a Hong Kong, dove continua a lavorare ed è attiva nel Sindacato delle migranti indonesiane (Smi).
Non è la sola ad aver fatto questa scelta. Oltre 100mila indonesiane – afferma – lavorano a Hong Kong. «Non sono assunte solo da ricche famiglie, ma anche da quelle meno agiate». Le indonesiane si occupano dei figli e della casa e le donne di Hong Kong possono esercitare una professione guadagnando tre-quattro volte più di quello che pagano alle loro aiutanti.
Queste vivono sulla loro pelle i problemi della precarietà, delle paghe che non sono versate, delle vacanze non concesse, dei permessi che scadono e non sono rinnovati e devono anche fare i conti con agenzie pronte a sfruttare la loro situazione, spiega la giovane sindacalista.
Un fattore che preoccupa è quello degli alloggi. Non è raro che a Hong Kong le famiglie vivano in poche stanze, se non addirittura in una sola stanza, dove c'è ben poco spazio per le aiutanti domestiche, racconta la testimone. Il suo sindacato cerca di venire incontro a tutte coloro che si trovano in difficoltà, ma ammette che è un compito difficile.
Il sindacato ha l'opportunità di incontrarle, quando portano a scuola o ai corsi di danza o di tennis i figli dei datori di lavoro. A Hong Kong ci sono punti della città dove gli indonesiani si incontrano abitualmente e lo stesso fanno i lavoratori di altri paesi. «È in questi luoghi che il sindacato cerca di farsi conoscere e recluta i suoi membri», afferma Sartiwen Binti Sandarbi.
La situazione non è molto diversa in Sudafrica. «Avevo quindici anni, quando ho cominciato a lavorare presso una famiglia di Città del Capo», afferma Hewster Stephens, una signora di mezza età, attuale presidente del South African Domestic Services and Allied Workers Union (Sadsawu), che tutt'ora lavora come collaboratrice domestica.
Dal 1985 è iscritta al sindacato. Farlo non è cosa semplice, perché molti datori di lavoro non apprezzano queste iscrizioni e meno ancora un impegno politico. Nel 1988 Hewster Stephens è stata licenziata per le sue attività politiche. Ma questo non l'ha scoraggiata. «Anzi mi ha reso più forte», afferma la donna che ha dovuto lasciare alla madre il figlio per andare ad accudire quello di un'altra donna al quale oggi è molto legata. Il suo impegno nel sindacato l'ha portata a diventarne la presidente. Si calcola che solo in Sudafrica ci siano 1,2 milioni di lavoratrici domestiche. Molte vivono presso le famiglie dove lavorano, ma molti altri devono affrontare lunghi e costosi tragitti.
«Il nostro non è un lavoro senza rischi», rileva la presidente dell'Sadsawu. Non sta parlando dei prodotti chimici usati tutti i giorni per far risplendere i pavimenti e i bagni, ma del fatto che queste persone possono restare vittime della criminalità. Proprio per scoraggiare i possibili ladri, la casa dove lavora e abita ha un sistema elettrico di protezione contro i malviventi.
«Quando i nostri padroni vanno in vacanza, molti lavoratori restano per badare all`abitazione, ma col rischio di restare vittime dei criminali», afferma.
Da quando i neri sono al governo, le donne che lavorano come lei hanno imparato a difendere meglio i loro diritti. «Ci siamo incatenate davanti al parlamento per chiedere leggi più incisive in difesa dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro settore», afferma Myrtle Witbooi, l'altra sindacalista del Sadsawu invitata in Svizzera, ricordando che altre organizzazioni sindacali non erano interessate a questi lavoratori perché non sempre sono in grado di pagare le quote,  visti i bassi salari e le precarie condizioni di lavoro. Il Solifond ha adesso deciso di aiutarle: il ricavato della prossima colletta andrà a questi sindacati per sostenere il loro impegno. 

Migranti della polvere
Arrivano anche in Svizzera, lavano e stirano per pochi soldi

Basta girarsi intorno per capire che ovunque la musica è la stessa: i lavori di casa (pulire, badare ai figli, fare la spesa e così via) li fanno soprattutto le donne. Se decidono di fare carriera la musica è di solito ancora la stessa: ad aiutarle nei lavori di casa sono le donne straniere. Succede in Svizzera e in Germania, in Italia (si veda l'articolo sotto) e in Spagna.
«Oggi 150 milioni di persone vivano in un paese diverso da quello d'origine», afferma Maurizio Coppola che insieme a Jacqueline Kalbermatter sta studiando all'Università di Friburgo il problema del lavoro domestico. Storicamente l'emigrazione si adatta ai bisogni della società. Un tempo erano le industrie a dettare legge, oggi predomina sempre più il settore terziario e la flessibilità.
La migrazione ha assunto sempre più connotati femminili. «Negli ultimi venti anni il numero delle migranti presenti in Europa è fortemente aumentato», afferma Coppola. Molte donne arrivano senza avere un permesso o un lavoro.
Scoprono presto che altre donne hanno bisogno d'aiuto, per poter esercitare una professione o far carriera senza rinunciare a figli e famiglia. Infatti, l'obiettivo di ripartire equamente i compiti tra marito e moglie si sta rivelando molto difficile.
In Europa, ma non solo, le aspetta spesso un lavoro poco qualificato e mal pagato.
«Nel mio paese ero un'informatica e volevo continuare a farlo anche qui. Nessuno mi ha voluta, perché non sapevo la lingua. Hanno dato la precedenza a una svizzera», si lamenta una sans-papier intervistata dai ricercatori di Friburgo.
Il fenomeno colpisce soprattutto le donne che non sono originarie dell'Europa. Per loro è diventato sempre più difficile emigrare con i documenti in regola. Le politiche restrittive d'immigrazione, come quelle vigenti in Svizzera e nell'Unione europea, non bloccano i flussi migratori, ma fanno aumentare il numero degli/delle illegali, fanno notare i ricercatori.
Senza documenti, per le donne si aprono tre possibilità: lavorare nelle case private, prostituirsi o sposare un indigeno.
«Pulire nelle case private è l'unico lavoro che posso fare perché non è possibile lavorare altrove senza documenti» afferma un'altra intervistata. Caratteristica di questa situazione è la precarietà delle condizioni di lavoro, rileva Jacqueline Kalbermatter. Spesso queste donne non hanno un contratto di lavoro, non sanno se alla fine del mese riceveranno la paga e neanche quante ore dovranno lavorare, proprio come avveniva nell'800.
«Dobbiamo sempre lavorare, anche durante i giorni di festa. Smettiamo quando il datore di lavoro dice: senta, io vado in vacanza, lei quindi non venga. Noi però non diciamo mai che non possiamo venire. Smettiamo solo quando siamo gravemente malate», aggiunge un'altra.
Se perdono il lavoro queste persone non hanno reti di sicurezza e sono quindi alla mercé di povertà e disoccupazione. «È provato che la situazione delle sans-papier è in via di principio più precaria di quella delle migranti che vivono legalmente in Svizzera», rileva la ricercatrice.
«Se non si lavorano 8, 10, 12 ore al giorno non si riesce a risparmiare qualcosa da mandare a casa alla famiglia», afferma un'altra donna sprovvista dei regolari permessi.  Dove altre donne si stanno occupando forse dei figli che si sono lasciate alle spalle per venire ad allevare quelli europei.
   

Pubblicato il 

09.05.08..

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