Il reportage

A vederla oggi, si fa fatica a pensare che appena quattro anni fa la Mancoop di Santi Cosma e Damiano, un paesino del basso Lazio a poche centinaia di metri dal vecchio Ponte borbonico sul fiume Garigliano che separa dalla Campania, sembrava destinata a diventare l’ennesimo relitto industriale del centro-sud Italia. All’epoca, i vecchi capannoni languivano abbandonati, i macchinari sigillati dal tribunale fallimentare, sul retro era accatastata una montagna di scarti della produzione di nastri per imballaggi, tra cui colle e solventi. Nel piazzale d’ingresso, in un metro quadro di terreno sottratto al cemento, gli operai che la occupavano da due anni avevano piantato qualche fiore e alcuni ortaggi. «È il nostro orto operaio, un simbolo di rinascita», dicevano.


Nel giro di pochi anni, la fabbrica appare trasformata. I capannoni sono stati interamente rinnovati, al posto dei rifiuti è stata costruita un’isola ecologica perfettamente attrezzata e
l’“orto operaio” è diventato un parco che occupa i due terzi dei centomila metri quadri di superficie. «Abbiamo investito tre milioni e mezzo di euro per lavorare in simbiosi con la natura», dice il presidente della cooperativa che gestisce la fabbrica, Pasquale Olivella.


La Mancoop è il fiore all’occhiello delle “fabbriche recuperate” dai lavoratori in Italia, un fenomeno esploso tra il 2008 e il 2012, negli anni della crisi economica. Rimasti senza padrone, gli ex dipendenti l’hanno presidiata per due anni, evitando che i macchinari per la produzione di nastri per imballaggi fossero smontati e venduti, hanno costituito una cooperativa e hanno convinto il curatore fallimentare ad affittargliela. La rinascita ha del miracoloso, se si pensa che quando occuparono la fabbrica, all’inizio del 2011, tutti erano senza stipendio e soprattutto senza alcuna prospettiva. Dalla morte del fondatore, Dardanio Manuli, in appena dieci anni avevano cambiato tre proprietari: dalla big company americana Tyco che fece crack poco dopo l’acquisto – con tanto di scandalo che coinvolse i vertici, accusati di aver fatto sparire per fini personali 600 milioni di dollari, due milioni dei quali spesi per una festa di compleanno in Costa Smeralda – era finita al fondo lussemburghese Blu-O, “specializzato in ristrutturazioni di medie dimensioni”, come spiega sul suo sito. Quest’ultimo l’aveva rivenduta alla multinazionale messicana Alma Monta, che si era presentata con un ambizioso piano di investimenti, ma aveva dichiarato fallimento appena sei mesi dopo averla rilevata. Esasperati, gli operai avevano deciso di fare da soli.
Dei 137 ex dipendenti, a crederci è stata la metà. Hanno investito il trattamento di fine rapporto, per due anni si sono finanziati con l’assegno di cassa integrazione, qualcuno ha impegnato i beni di proprietà. Grazie alla loro tenacia, sono riusciti a farsi assegnare in affitto la fabbrica dal tribunale e sono ripartiti. Oggi la Mancoop, oltre alla vecchia produzione di nastri per imballaggi, gestisce un incubatore di imprese: nello stabilimento lavorano 37 aziende e 311 persone, impiegate in un polo nautico che ripara e produce barche per il non lontano porto di Gaeta.


Un servizio per i cittadini


Nato negli anni della crisi economica, il fenomeno dei cosiddetti “workers buyout” è in costante crescita in Italia, in particolare al centro-nord. Tra i casi più singolari c’è la Ri-Maflow di Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano. Anche quest’ultima fabbrica, che si chiamava Maflow e produceva componenti per automobili, era di proprietà del vecchio Dardanio Manuli. Nel 2004 fu ceduta dagli eredi a un fondo di private equity. Nel 2009 un tribunale l’aveva dichiarata insolvente, mettendola all’asta, dove era stata acquistata dal gruppo polacco Boryszew. Dopo due anni, tempo di durata minimo concesso dalla legge Prodi-bis per chi acquista società in fallimento, quest’ultimo aveva deciso di spostare la produzione in Polonia. A quel punto gli operai, come i loro colleghi della Mancoop, avevano occupato lo stabilimento, decidendo ambiziosa-
mente di riconvertire l’attività. Oggi si dedicano al riuso e al riciclo di computer ed elettrodomestici, hanno messo in piedi un Distretto di economia solidale con un mercatino biologico settimanale e un’area di condivisione per gli artigiani, che possono sfruttare gli spazi della fabbrica e pagano un affitto minimo. «Offriamo un servizio alla cittadinanza, che qui può trovare fabbri, falegnami e tappezzieri», dicono.


La cooperativa farmaceutica


Un altro esempio da manuale è la Fenix Pharma, prima e unica cooperativa farmaceutica d’Europa. Nel suo ufficio romano, il presidente Salvatore Manfredi spiega come sono riusciti a risorgere dopo che il colosso americano della farmaceutica Warner Chilcott li ha lasciati per strada, nel 2011. «Abbiamo deciso di ripartire da quello che sapevamo fare, un farmaco contro l’osteoporosi per il quale scadeva il brevetto», dice. La prima tranche della licenza per la commercializzazione del medicinale contro l’osteoporosi, di 240mila euro, l’hanno pagata investendo le loro liquidazioni. Poi sono arrivati i soldi di Coopfond – un fondo creato dalla Lega delle Cooperative per sostenere i lavoratori che vogliono far ripartire le fabbriche e finanziato con il 3% degli utili delle coop associate – che è entrato nel capitale sociale di Fenix Pharma con
300mila euro, e quelli di Cooperazione finanza impresa, la società del ministero dello Sviluppo economico che finanzia il recupero delle aziende fallite, che ha dato duecentomila euro più altri centomila in obbligazioni convertibili. In pochi anni, si sono rimessi in piedi e oggi contano settanta soci-lavoratori. Manfredi ci tiene a sottolineare la loro diversità, in un settore dominato dai colossi di Big Pharma: «Il lavoro non è solo un fattore della produzione che si può cancellare quando i profitti attesi non sono quelli sperati, per noi le persone vengono prima di tutto», dice.


Non hanno pensato lo stesso le Ferrovie italiane quando hanno deciso di rottamare, con i vagoni letto, pure chi ne curava la manutenzione. Così, alla fine del 2011, mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano inaugurava la nuova Stazione Tiburtina di Roma, la Rail Service Italia, che aggiustava i treni notte, persa la commessa pubblica chiudeva le officine e licenziava cinquanta lavoratori. Alcuni di loro decisero di non arrendersi. Tra questi c’era Enzo de Santis, che ancora oggi rivendica con orgoglio la “pazza idea” di occuparli e di avviare quello che definisce come «un progetto di rigenerazione urbana e lavoro attivo». Ci si accorge di cosa voglia significare facendo un giro tra i capannoni e gli edifici risistemati di quelle che hanno ribattezzato Officine Zero. Il loro slogan è “zero padroni, zero sfruttamento, zero inquinamento”. Tra i vagoni lasciati in bella mostra, gli ex lavoratori dei treni notturni si sono riconvertiti, come i loro colleghi della milanese Ri-Maflow, in artigiani del riuso e del riciclo di computer, elettrodomestici, mobili e oggetti d’arredamento, mentre gli ex uffici aziendali sono stati trasformati in un coworking per liberi professionisti.


Da padrone a socio-lavoratore


Poco più a nord, a Città di Castello in Umbria, è accaduto invece che il padrone di un’azienda di legnami, costretto a scegliere tra capitalisti globali e i propri dipendenti, abbia scelto questi ultimi. È accaduto alla fine del 2016 alla Tiberina legnami, una fabbrica produttrice di parquet in legno, entrata in crisi dopo la morte del fondatore Aurelio Onofri e per il contestuale crollo del mercato edilizio. Per evitare di dichiarare fallimento, il figlio Lorenzo si era messo alla ricerca di capitali freschi ed era riuscito a mettere in piedi una “compagine straniera”, con americani e cinesi, che si era presentata con un piano di rilancio che prevedeva una forte espansione sui mercati europei e mondiali. Quando si è accorto che i nuovi padroni «volevano solo svuotare il nostro magazzino, lasciandoci il cadavere dello stabilimento», ha chiesto aiuto ai suoi dipendenti. Ne è nato un «lungo dibattito» tra i lavoratori, alcuni dei quali volevano che si cercasse un nuovo proprietario, ma alla fine la maggioranza ha democraticamente deciso di prendere in mano la fabbrica. Insieme a quest’ultima, i lavoratori hanno recuperato pure l’ex padrone, al quale hanno proposto di diventare socio della cooperativa che ha rilevato lo stabilimento. Lorenzo Onofri sostiene che «il passaggio culturale da padrone a socio-lavoratore» non è stato «un grande trauma», perché «la Tiberina legnami è sempre stata una fabbrica atipica, nella quale non esistevano gerarchie precise e c’era un rapporto molto amichevole tra la proprietà e i dipendenti». Si dice contento di aver salvato in questo modo il patrimonio di famiglia.

 

Un modello per l'Europa

 

Il fenomeno delle fabbriche recuperate in Italia è in continua crescita. L’Istituto di ricerca europeo sulle cooperative e sulle imprese sociali (Euricse) ha censito 257 imprese gestite dai lavoratori, il 76 per cento delle quali distribuite tra Emilia Romagna, Toscana e Veneto, regioni nelle quali tradizionalmente il movimento cooperativo è molto forte. Il dato più rilevante riguarda però la sopravvivenza: i ricercatori europei hanno stimato una vita media di 13 anni per una fabbrica senza padroni, contro i 13,5 di una tradizionale e i 17 di una cooperativa. Il tasso di sopravvivenza delle aziende recuperate negli ultimi due anni è dell’86 per cento: per il 70 per cento si tratta di piccole e medie imprese, con un numero di dipendenti che va dai 10 ai 49. Il “modello italiano” ha colpito persino la Commissione europea, che ha chiesto a tutti i governi di «agevolare il trasferimento delle imprese ai dipendenti» prendendo a modello proprio il Belpaese, dove esiste una legge, la Marcora del 1984 (poi aggiornata nel 2001), che consente agli operai di rilevare le aziende accedendo a uno specifico fondo al ministero dello Sviluppo economico.



Pubblicato il 

03.05.18..
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