La mano invisibile

«Una crisi è una cosa che non si deve soprattutto sprecare». Espressione quasi banale per un onorato  economista americano, Paul Romer. Densa però di significato e di contenuti. Giusto cappello per chi vuol ricordare i dieci anni dalla grande crisi del 2007-2008.


Come avviene per ogni esistenza, le crisi sono l’occasione per interrogarsi, scoprirne le cause, riesaminare modi e comportamenti, farne un catalizzatore di cambiamenti necessari ma rinviati, di rotture di dogmi nefasti, di ricorrere a ciò che sino a quel momento era ritenuto utopia.


Nell’estate del 2007 ci si è dovuto render conto che la massa di indebitamento accumulata dal sistema bancario, opprimente sui mercati finanziari, non aveva controparte nell’economia reale, quella del lavoro, della produzione, dei redditi distribuiti. Si creava una ricchezza fittizia che gonfiava solo i mercati finanziari. Epicentro della crisi il sovraindebitamento ipotecario (e non solo) delle economie domestiche americane e delle banche giullari europee (svizzere) che, avide di guadagno, avevano sposato quel sistema, finanziando la bolla immobiliare americana e poi le proprie. Emergendo l’enorme squilibrio tra i rischi assunti e l’insufficienza o la finzione dei fondi propri, banche e società finanziarie hanno reso palese l’irrazionalità del sistema economico imperante e l’estrema fragilità dell’economia reale. A dieci anni non è cambiato un granché. L’indebitamento, pubblico e privato, è continuato a crescere, passando dal 269% del prodotto interno lordo mondiale al 327% (secondo l’Istituto della finanza internazionale). Con una progressione due volte più rapida del periodo precedente la crisi e un paradossale indebitamento passato da due a tre volte superiore a ciò che l’economia reale crea. Per motivi quasi identici. Perché si son colmate le deficienze delle istituzioni finanziarie fallimentari, rimaste comunque impunite e operanti come prima, socializzando però le perdite di chi ha generato la crisi (assunte dagli  Stati e dai cittadini, veri penalizzati); perché si è portato al tasso quasi zero gli interessi per incentivare l’economia, favorendo l’indebitamento e ancora la bolla immobiliare o altre bolle; si sono utilizzate le forti iniezioni di denaro delle banche centrali più per incrementare la speculazione finanziaria-borsistica, privilegiando sempre su tutto gli azionisti (i corsi borsistici sono cresciuti del 60% rispetto al 2007) che l’economia reale; si è facilitato in ogni modo e in ogni dove la concentrazione della ricchezza con la scusa della politica fiscale concorrenziale, sempre favorevole a chi è ricco; non ci si è mai preoccupati più di quel tanto della stagnazione o delle disparità dei salari reali e della precarizzazione, divenuta ormai la regola sul mercato del lavoro (in caso di nuova crisi, l’impatto sociale sarebbe quindi molto più doloroso poiché interverrebbe dopo stagnazione dei redditi e contrazione della spesa sociale).


Si è detto che dalla crisi una lezione si è tratta. C’è stato un consenso di governi e istituzioni internazionali sulla necessità di porre rimedio ai rischi che il sistema fa correre all’economia mondiale a causa di un sistema finanziario scarsamente o malamente regolato. Ci si è quindi concentrati sulla solidità finanziaria delle banche (rapporto fondi propri-esposizione creditizia). Se in parte è vero che i sistemi bancari sono più solidi e persino più trasparenti di dieci anni fa, è pure vero che si sono concentrati maggiormente e sono sempre più dipendenti da istituzioni non bancarie, come i fondi monetari o di investimento. Non si può dunque dire che sia diminuita la possibilità di nuove gravi crisi finanziarie. Si aggiunga poi, quasi incredibilmente, che le banche ora si lamentano per la regolamentazione frenante e che l’inquilino della Casa Bianca si dà da fare per ritornare alla deregolamentazione ante-crisi. Insomma, una crisi sprecata.

Pubblicato il 

12.09.18..
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